CURIOSITÀ E NOTIZIE DAL MONDO DEL DIRITTO (E NON SOLO)

 

 

TRA UOMINI E IPHONE È VERO AMORE: LO CONFERMA UNA RICERCA

L'uomo prova per il suo smartphone lo stesso sentimento che prova per la sua fidanzata. Tra uomini e iPhone è vero e proprio amore, e ce lo conferma una ricerca. Si può essere innamorati del proprio iPhone? Secondo gli esperti è possibile, e a sostenerlo è Martin Lindstrom, esperto di neuroscienza applicata al marketing. Per molti uomini, ma anche per le donne, il rapporto con il proprio smartphone, e in particolare per i possessori di iPhone, ha gli stessi sintomi cerebrali dell’innamoramento.
Martin Lindstrom sostiene che non è vero che gli smartphone creino dipendenza come quella delle droghe, si tratterebbe invece di vero e proprio “amore”, cosa che questo studioso aveva già scoperto qualche  anno fa quando aveva analizzato il rapporto di fedeltà, quasi religiosa, che si instaura tra un utente e i suoi brand preferiti, scoprendo che marchi come Apple  o Harley-Davidson, creano nel cervello impulsi elettromagnetici simili a quelli di un fedele cattolico che osserva un’immagine del Papa.
A confermare questa teoria una nuova ricerca che individua qualcosa di molto simile nel rapporto tra iPhone e utenza. Secondo Lindstrom la momentanea separazione dal nostro IPhone, magari in un contesto in cui non possiamo utilizzarlo o magari quando non possiamo accenderlo a causa di batteria insufficiente, provoca gli stessi sintomo di una lunga separazione dalla propria compagna.  Sembra una follia, ma l’esperimento è stato condotto con successo su otto uomini e otto donne tra i 18 e i 25 anni. Donne fate attenzione ai vostri uomini, rischiate di perderli per uno smartphone.

 

 

RISCHI DEL CELLULARE: PARLATE CON GLI AURICOLARI, PER LIMITARE I DANNI

Danni alla salute causati dai cellulari, si riaccende la polemica sulle ricerche. Questa volta però al centro del mirino non sono finiti, almeno non direttamente, gli esiti a cui tali indagini hanno condotto. Nella puntata trasmessa da Report, condotto da Milena Gabanelli, l’indice invece risulta puntato su alcuni comportamenti poco chiari posti in essere dalle grandi compagnie di telefonia mobile. Su tutte spiccherebbe Motorola: avrebbe finanziato molti studi condotti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, preoccupandosi al contempo di “oscurare” i risultati che avrebbero portato esiti controproducenti. Una sorta di lavoro di facciata per mostrare il mio proprio impegno “sociale”, affossando però al contempo quelle ricerche che indicavano i cellulari come possibili responsabili di patologie anche gravi come il cancro.
Dietro a questo scenario non solo la compagnia scandinava, ma tutte le grandi corporazioni “mobili”. Questo spiegherebbe le molte ricerche che alternavano risultati “innocentisti” ad altri che condannavano senza appello le radiazioni provenienti dai cellulari. I clienti di questi dispositivi, che ammontano a circa 5 miliardi, attendono ora risposte certe sull’effettiva pericolosità dei dispositivi.
Nel frattempo alcune semplici pratiche di utilizzo responsabile dei “telefonini” dovrebbero entrare a far parte della nostra quotidianità. L’esempio su tutti è l’utilizzo dell’auricolare, meglio ancora se con il filo. Altra possibile alternativa, qualora non si disponesse o non si avesse con sé l’apparecchio, meglio limitare l’utilizzo del cellulare entro i 30 minuti.

 

 

IN MESSICO ARRIVA IL "GRATTA E DIVORZIA"

Lunghi litigi in tribunale e code interminabili davanti agli sportelli degli uffici pubblici: quando finisce un amore si va incontro a una serie infinita di complicazioni burocratiche. Per snellire le pratiche per la separazione in Messico arriva il "Gratta e divorzia". L'idea è venuta a un gruppo di avvocati che ha creato un sito internet per formulare la richiesta di separazione.

 

 

L'ACNE CON EFFETTO DETERRENTE ALLA CRIMINALITÀ

Che l’acne fosse causa di disagio sociale, lo sappiamo tutti. Ma nessuno si era spinto al punto di sfruttarne il suo potere deterrente all’aggregazione giovanile, come sta pensando di fare la polizia del Galles.
Sembra che per ridurre la delinquenza minorile, la polizia di Cardiff, in Gran Bretagna, dopo attenti studi, voglia installare per le strade delle impietose luci rosa, che rendono piu’ visibile la presenza di acne sulla pelle degli adolescenti. L’idea è quella di creare disagio sociale tra i giovani bulletti, che hanno scelto come passatempo il piccolo crimine, al punto da fargli scegliere di rinchiudersi in casa, piuttosto che andare a disturbare per le strade.

 

 

RIMBORSO IVA SULLA TASSA RIFUTI: LA CASSAZIONE È FAVOREVOLE

Rimborso Iva sulla tassa rifiuti: con la sentenza 3756 del 9 marzo 2012 la Corte di Cassazione ha stabilito nuovamente che la Tia (tassa rifiuti) è un tributo e come tale non è soggetto ad Iva. Anche se non ha valore normativo, la sentenza dà maggior peso a eventuali richieste di rimborso. Ma non è automatica la restituzione dei soldi. La sentenza della Corte di Cassazione del 9 marzo 2012 fa nuovamente chiarezza su quanto non c’era bisogno di ribadire ulteriormente: l’Iva sulla Tia 1 (tassa rifiuti) non è dovuta perché si tratta di un tributo. Quest'ultima sentenza va ad aggiungersi alla già cospicua mole di sentenze di vario grado che si sono prodotte in Italia dal lontano 2009, quando la Corte Costituzionale aveva posto la prima pietra su cui si sono fondate tutte le istanze di rimborso che gli italiani hanno presentato. Poi erano seguite altre sentenze di segno contraddittorio. L'ultimo pronunciamento della Cassazione dà un nuovo importante argomento da utilizzare nell'istanza di rimborso. Ma attenzione, dal momento che le sentenze non sono legge, la restituzione dei soldi non sarà automatica.

 

 

ARTI MARZIALI E LEGITTIMA DIFESA

Non fate mai capire che praticate arti marziali né tanto meno che siete esperti in qualche disciplina. Il rischio è che sarete incolpati di eccesso colposo di legittima difesa anche se avete ragione! E anche su questo punto le pronunce della Suprema Corte si sprecano, essendo ormai jus receptum (orientamento consolidato in giurisprudenza) che la scelta deliberata di una determinata condotta che superi i limiti imposti dalla necessità della difesa - non per errata valutazione delle circostanze ma per consapevole determinazione - esclude la causa di giustificazione in quanto radica la volontarietà dell’evento, che diviene punitivo, trovando nella precedente azione altrui un pretesto e non una vera giustificazione.
Ricordiamoci sempre che le arti marziali non ci insegnano solo ad usare le mani, i gomiti, le ginocchia e i piedi come armi, ma anche e soprattutto ad usare la testa.

 

 

CASSAZIONE: SALTA LA CORRENTE E IL CIBO IN FRIGO VA A MALE. MA NON È COLPA DELL'ENEL

L'Enel si limita a distribuire l'energia elettrica, trasmessa da un'altra società autonoma e monopolista, e non può procurarsela al di fuori della rete nazionale, nemmeno in caso di black-out.
(Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza n. 14700/11; depositata il 5 luglio).

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BABY CRIMINALITÀ

L'intervista alla psicologa del Centro Studi di Scienze Criminologico Forensi dell’AMI di Roma, dott.ssa Simona Ruffini.
Spiega dove nasce l'atteggiamento dei baby-criminali: "È facile a quell'età annullare l'identità di un giovane". Non sono neanche maggiorenni, vanno ancora a scuola, ma si comportano come se fossero già «esperti» criminali. Escono di casa con un coltello in tasca, pronti a tirarlo fuori alla prima occasione.
Cosa scatta nella mente di un minorenne quando va in classe armato o esce la sera e porta con sé una lama? «Se un ragazzo ha come modelli genitori violenti è quasi normale che anche lui si comporti come loro».
INTERVISTA:
Quando un minore amplifica un atteggiamento violento?
«Quando si trova in gruppo, insieme con altri
Cosa accade in quei momenti?
«Sparisce completamente l'identità del ragazzo. Nel gruppo la personalità, che a quell'età non è ancora solida, viene soppressa, annullata dagli altri adolescenti o da esempi
E quindi decide di uscire di casa con un coltello?
«Sono i cattivi modelli a farli andare in giro armati. Ma lo fanno per motivi
Cioé?
«I minorenni possono mettersi in tasca un coltello perché in questo modo si sentono più forti, pronti a dominare sui coetanei e quindi diventare una sorta di "capo" da rispettare. Oppure chi esce con una lama nel giubbotto vuole proteggersi da chi invece intende aggredire chi considera più
Può dipendere anche dalla mancanza di dialogo tra adolescenti?
«Certamente. I ragazzi, soprattutto quelli minorenni, difficilmente riescono a relazionarsi, a parlare e a risolvere così eventuali
E passano subito alla violenza?
«Sì, perché non si sentono sicuri, non sanno affrontare le difficoltà con il dialogo. È simile a chi si droga, è una persona debole che va aiutata».
Dunque la responsabilità è sia della famiglia, sia delle amicizie sbagliate?
«Il problema dipende sempre dai modelli che seguono questi ragazzi. Spesso i giovani, quelli violenti, fanno parte di un gruppo, che annulla la loro identità, facendoli diventare violenti. Gli stessi ragazzi, se non frequentassero coetanei baby-criminali, molto probabilmente non uscirebbero di casa con un coltello».

 

 

LA SINTESI DELLA CASSAZIONE

Anche la Cassazione semplifica. L'esigenza di sfrondare, sintetizzare e fare chiarezza non è più solo uno dei criteri guida di tutti gli ultimi Governi. Anche la Suprema corte, garante della corretta interpretazione del diritto, sembra prediligere nelle sue sentenze uno stile più asciutto. Decisioni brevi, più facilmente leggibili e in qualche caso, che ormai compare con una certa frequenza, anche schematizzate attraverso punti numerati. Regole quindi di facile ed immediata comprensione. Fino ad arrivare, a volte, a veri e propri vademecum per punti, quasi una sorta di manuale di facile consultazione.

 

 

RIVOLUZIONE GENETICA A URBINO

'Il Dna ha confermato'. Il reperto sulla scena del crimine potrebbe avere subito un nome e un volto, grazie al metodo 'Cy0' che permette di disegnare l'identikit genetico del criminale. La scoperta e' tutta italiana: un'equipe di ricercatori della facolta' di Scienze motorie dell'Universita' di Urbino, guidata dal biochimico Vilberto Stocchi, ha infatti sviluppato una metodologia che consente di quantificare il Dna da campioni esigui di tessuto e di misurare la quantita' di marcatori genetici anche in presenza di campioni contaminati da agenti esterni, con un risultato quasi privo di errori.
''Si tratta di un metodo che permette di capire se il Dna e' presente o meno su una traccia, e in quale quantita''', spiega all'Adnkronos Paola Montagna, direttore tecnico capo biologo in servizio alla Polizia Scientifica. ''Se sappiamo quanto Dna c'e', e analizziamo il profilo genetico della traccia -sottolinea il direttore della terza divisione della Scientifica- riusciamo ad avere un 'profilo utile', con una percentuale di oltre il 99%''. Per le indagini ''questo significa la certezza di aver individuato il donatore della traccia''.
Grazie al nuovo metodo si riaprono diversi 'cold case', perche' l'unita' che si occupa di queste indagini gia' sta utilizzando questa tecnica. Nei prossimi mesi, aggiunge, potremmo cominciare ad avere i primi risultati. Il lavoro con i ricercatori dell'universita' di Urbino e' in progress'', grazie all'accordo tra l'ateneo
marchigiano e la Polizia per l'utilizzo del metodo 'Cy0' anche nei laboratori di genetica della Scientifica. Un'intesa raggiunta grazie all'interessamento del questore di Pesaro e Urbino, Italo D'Angelo, del direttore della Dac (Direzione centrale anticrimine), prefetto Francesco Gratteri, e degli esperti del Servizio polizia scientifica.
L'analisi del Dna, spiega Montagna, e' caratterizzata da varie fasi. La prima e' quella dell'estrazione del Dna dai reperti, che possono essere di diversa natura. La seconda, molto critica, e' la quantificazione: cerchiamo cioe' di capire quanto Dna sia stato estratto. I ricercatori dell'Universita' di Urbino hanno messo a punto un metodo che nasce dalla sinergia di varie specialita', prima di tutte quella matematica''. E' stato sviluppato ''un software di analisi con algoritmi matematici, che permette di trasformare cio' che emerge con il metodo quantitativo in un dato che e' il piu' vicino possibile a quello reale e dunque le percentuali di successo sulle indagini successive sono piu' elevate. E il metodo puo' aprire possibilita' maggiori soprattutto su campioni datati. Sapere che c'e' quel Dna, permette di fare indagini mirate. E' un aiuto importante a chi lavora nella genetica forense dela traccia.
Come spiega 'Polizia Moderna', periodico ufficiale della Polizia, il problema principale ''contro il quale si sono scontrati, fino ad oggi, gli investigatori scientifici e' stato quello del reperimento sulla scena del crimine di un campione di Dna abbastanza grande e privo di 'contaminazioni' esterne e, quindi, utile
per risalire ad un profilo genetico certo".
La procedura utilizzata finora per l'amplificazione del Dna da un campione biologico e' basata sulla cosiddetta Pcr (Polymerase chain reaction), inventata da Kary Mullis che, per la sua scoperta, nel 1983 ricevette il Nobel per la chimica, e diventata uno strumento pressoche' insostituibile nelle indagini molecolari, permettendo di ottenere in tempi rapidi grandi quantita' di materiale genetico utilizzabile anche per successive applicazioni. Una delle applicazioni della Pcr e' la quantificazione del Dna da un campione biologico, attualmente il metodo standard per l'elaborazione dei dati quantitativi e' il metodo 'Ct. ''Il metodo definito 'Cy0', spiega ancora la rivista della Polizia, consente di quantificare il Dna da campioni esigui di tessuto e, soprattutto, permette di misurare la quantita' di marcatori genetici anche in presenza di campioni contaminati da agenti esterni, con un risultato quasi privo di errori''.
In pratica il metodo 'Cy0' e' basato sulla Pcr inventata nel 1983 ma, grazie ad un algoritmo matematico messo a punto dal team di ricercatori dell'Universita' di Urbino e al relativo software di analisi, riesce a dare risultati con una soglia di errore molto bassa rispetto al metodo precedente, tanto da essere attualmente il metodo in assoluto piu' affidabile, a livello mondiale, di quantificazione del Dna. Un balzo in avanti destinato a cambiare radicalmente anche le indagini scientifico-forensi.

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SEQUESTRATORE FA CAUSA AI RAPITI

Che mondo è se un rapitore non può nemmeno più fidarsi delle persone che ha rapito? Deve pensarla così Jesse Dimmick, che si era introdotto in una casa di Topeka, Colorado, sequestrando la coppia che vi abitava, Jared e Lindsay Rowley, dopo che era inseguito dalla polizia in relazione ad un aggressione. Dimmick aveva prima minacciato la coppia con un coltello, ma poi questi hanno cercato di tranquillizzarlo, offrendogli da mangiare e proponendogli di vedere un dvd. Ma quando Dimmick si è distratto, appisolandosi davanti alla tv, i Rowley sono fuggiti ed hanno chiamato la polizia, che è intervenuta arrestando il sequestratore.
Secondo Dimmick (che è stato successivamente condannato a 11 anni di reclusione, per il sequestro e la precedente aggressione) questo atteggiamento è stato scorretto ed ha violato il “contratto orale” che secondo lui era stato creato con la coppia, ed ha deciso di chiedere un risarcimento danni di 250.000 euro ai due sequestrati.

 

 

LA "APPLE" È NEI GUAI

Pratiche commerciali scorrette a danno dei consumatori: sanzione per la non piena applicazione della garanzia biennale e informazioni poco chiare sui servizi aggiuntivi 900mila euro la sanzione complessiva comminata al gruppo Apple responsabile di pratiche commerciali scorrette a danno dei consumatori.
Lo ha deciso l’Antitrust al termine di un’istruttoria che ha provato sia la non piena applicazione, nei confronti dei consumatori, da parte delle società del gruppo Apple operanti in Italia, della garanzia legale biennale a carico del venditore, sia la poca chiarezza delle informazioni sugli ambiti di copertura dei servizi di assistenza aggiuntiva a pagamento offerti da Apple ai consumatori.
In particolare, secondo quanto ricostruito dagli uffici dell’Antitrust, anche alla luce di numerose segnalazioni arrivate dai consumatori e da alcune associazioni, le tre società del gruppo, Apple Sales International, Apple Italia S.r.l. e Apple Retail Italia hanno messo in atto due distinte pratiche commerciali scorrette:

1) Presso i propri punti vendita e/o sui siti internet apple.com e store.apple.com, sia al momento dell’acquisto che al momento della richiesta di assistenza, non informavano in modo adeguato i consumatori sui diritti di assistenza gratuita biennale previsti dal Codice del Consumo, ostacolando l’esercizio degli stessi e limitandosi a riconoscere la garanzia convenzionale del produttore di 1 anno;
2) Le informazioni date su natura, contenuto e durata dei servizi di assistenza aggiuntivi a pagamento AppleCare Protection Plan, unite ai mancati chiarimenti sull’esistenza della garanzia legale biennale, erano tali da indurre i consumatori a sottoscrivere un contratto aggiuntivo quando la ‘copertura’ del servizio a pagamento si sovrappone in parte alla garanzia legale gratuita prevista dal Codice del Consumo.
Le sanzioni sono pari a 400mila euro per la prima pratica e 500mila per la seconda pratica. Per la prima pratica, l’Autorità ha infatti tenuto conto delle modifiche adottate dalle società del gruppo nel corso del procedimento, in grado di garantire una migliore informazione ai consumatori, riducendo così il massimo edittale di 500mila che è stato invece applicato per la seconda pratica.
Tali importi sono stati ripartiti tra le tre società in ragione del loro fatturato, secondo il seguente schema:
1) Mancata informazione e riconoscimento della garanzia legale:
- Apple Sales International 240 (duecentoquaranta) mila euro;
- Apple Italia S.r.l. 80 (ottanta) mila euro;
- Apple retail Italia S.r.l. 80 (ottanta) mila euro;
2) Informazioni fuorvianti per indurre alla sottoscrizione del contratto di assistenza aggiuntiva a pagamento:
- Apple Sales International 300 (trecento) mila euro;
- Apple Italia S.r.l. 100 (cento) mila euro;
- Apple retail Italia S.r.l. 100 (cento) mila euro;
Le società, oltre a cessare le pratiche e comunicare all’Autorità le misure assunte per ottemperare al provvedimento, dovranno pubblicare un estratto della delibera dell’Antitrust sul sito www.apple.com in modo da informare i consumatori.
La società Apple Sales International, infine, entro 90 giorni, dovrà adeguare le confezioni di vendita dei servizi AppleCare Protection Plan, inserendo l’indicazione sulla esistenza e durata biennale della garanzia di conformità nonché indicando correttamente la durata del periodo di assistenza con riferimento alla scadenza della garanzia legale di conformità.
L’Antitrust ha infine deciso di accettare, rendendoli obbligatori, gli impegni presentati dalla società Comet, oggetto della medesima istruttoria. Comet è titolare di una catena di negozi e di un sito dedicato alla vendita di prodotti informatici. Gli impegni presentati garantiscono che la società, sia sul proprio sito internet che all’interno dei punti vendita, offra un’informazione ampia e completa ai consumatori, relativamente alla garanzia biennale di conformità. Dagli esiti istruttori è peraltro emerso che la società Comet, ancor prima dell’avvio del procedimento, aveva iniziato a fornire un’informazione corretta ai consumatori e a prestare adeguatamente la medesima.

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MEMORIA E GESTUALITÀ

I risultati di uno studio hanno dimostrato che le frasi più ricordate erano quelle accompagnate da gesti. E' una caratteristica molto italiana quella di gesticolare apertamente mentre si parla. Spesso all'estero siamo oggetto di una qualche ilarità per questo. Adesso la psicologia ci permette di prenderci una rivincita. Pierre Feyereisen dell' Università di Louvain in Belgio ha mostrato a 59 studenti, partecipanti all'esperimento, un video con un attore che enunciava diverse frasi; i partecipanti dovevano ricordarne alla fine il maggior numero possibile. I risultati hanno dimostrato che quelle più ricordate erano proprio le frasi accompagnate da gesti significativi ( come: "un acquirente gira intorno alla proprietà" accompagnato dall'attore che punta il suo dito indice in basso e disegna un cerchio) piuttosto che frasi accompagnate da gesti senza significato ( come: "lui correva alla casa più vicina" accompagnato dall' attore che mette davanti a sé il palmo aperto della sua mano).
Non è quindi la mera presenza di un gesto (che determina la distintività di una frase rispetto all'altra) a contribuire alla memorizzazione di quanto si dice, ma la presenza di un gesto che costituisca "rappresentazione" di quanto enunciato nella frase.
Un secondo esperimento inoltre ha disaccoppiato, dalle frasi a cui erano originariamente associati, dei gesti che sono culturalmente dotati di un significato proprio e intrinseco.
Il disallineamento annullava comunque il vantaggio mnestico. Un gesto quindi diventa rilevante ai fini della ricordabilità di quello che stiamo dicendo  indipendentemente dalla sua propria significatività e soltanto se è rappresentativo rispetto al discorso condotto.

 

 

DISCARICHE E RIFIUTI

La Corte di Cassazione ritorna sulla nozione di rifiuto, di discarica abusiva, di mero abbandono di rifiuti e stavolta in merito ai veicoli fuori uso. E ci ritorna con sentenza (n.1188, 2012) relativa alla questione riguardante un'area di circa 26.000 mq nella città di Lecce adibita a discarica di rifiuti speciali (rottami di autovetture complete di parti interne, plastica, gomme, ferro...), ma senza autorizzazione. Il Tribunale di Lecce infatti condannava l'artefice per attività di gestione di rifiuti non autorizzata.
Nell'ambito del nostro ordinamento giuridico esiste, accanto alla disciplina generale in materia di rifiuti una disciplina specifica per i veicoli fuori uso (Dlg 2003/209). Un decreto che - così come in più occasioni ha affermato la giurisprudenza della Corte di Cassazione - non contiene norme più favorevoli rispetto alla disciplina generale (Dlgs 152/2006). E che - sempre secondo la giurisprudenza - considera il veicolo "fuori uso" un rifiuto, sia con riferimento al veicolo di cui il proprietario si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi, sia a quello destinato alla demolizione, ufficialmente privato delle targhe di immatricolazione, anche prima della consegna ad un centro di raccolta, e quello che risulti in evidente stato di abbandono benché giacente in area privata.
La definizione di discarica invece è rinvenibile nella normativa sulla discarica dei rifiuti (Dlgs 2003/36). In tale normativa si afferma che per discarica si deve intendere un'area "adibita a smaltimento dei rifiuti mediante operazioni di deposito sul suolo o nel suolo, compresa la zona interna al luogo di produzione dei rifiuti adibita allo smaltimento dei medesimi da parte del produttore degli stessi, nonché qualsiasi area ove i rifiuti sono sottoposti a deposito temporaneo per più di un anno".
Tale normativa aggiunge pure che "sono esclusi da tale definizione gli impianti in cui i rifiuti sono scaricati al fine di essere preparati per il successivo trasporto in un impianto di recupero, trattamento o smaltimento, e lo stoccaggio di rifiuti in attesa di recupero o trattamento per un periodo inferiore a tre anni come norma generale, o lo stoccaggio di rifiuti in attesa di smaltimento per un periodo inferiore a un anno". Attraverso, dunque l'inserimento del dato temporale, il legislatore ha fornito la distinzione fra la discarica e le altre attività di gestione.
Comunque sia la giurisprudenza della Corte di Cassazione si è ripetutamente interrogata sul concetto di discarica con riferimento al reato (di cui articolo 256, comma 3 Dlgs 152/2006). Arrivando poi a identificare la discarica abusiva "tutte le volte in cui, per effetto di una condotta ripetuta, i rifiuti vengono scaricati in una determinata area, trasformata di fatto in deposito o ricettacolo di rifiuti con tendenziale carattere di definitività, in considerazione delle quantità considerevoli degli stessi e dello spazio occupato". Si ha, dunque, discarica abusiva quando sono presenti una o più determinate caratteristiche. Ossia un accumulo, più o meno sistematico, ma comunque non occasionale, di rifiuti in un'area determinata; eterogeneità dell'ammasso dei materiali; definitività del loro abbandono; degrado, quanto meno tendenziale, dello stato dei luoghi per effetto della presenza dei materiali in questione.
La Corte comunque ha ulteriormente precisato che il reato di discarica abusiva è configurabile anche in caso di accumulo di rifiuti che, per le loro caratteristiche, non risultino raccolti per ricevere nei tempi previsti una o più destinazioni conformi alla legge e comportino il degrado dell'area su cui insistono, anche se collocata all'interno dello stabilimento produttivo. Quindi un mero abbandono di rifiuti si distingue dalla discarica perché non ha natura abituale o organizzata, ma ha natura occasionale e discontinua.

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DIRITTO DI CRONACA O CURIOSITÀ MORBOSA?

Il Corriere della Sera ha pubblicato alcune foto scattate durante le fasi del rinvenimento del corpo della povera Sarah Scazzi. Immagini cruente. All’inizio non ci si accorge nemmeno che quello che appare nelle prime due foto è il corpo della ragazza, ricoperta di terra e  a faccia in giù nell’acqua melmosa. Certo, nessuno è costretto a guardarle quelle foto. Ma resistere alla curiosità morbosa provocata dagli odierni mezzi di informazione non è affatto facile. Perché una cosa è andare sul web a caccia di immagini cruente (in questo caso sarebbe necessario recarsi al più presto da un bravo psicanalista), un’altra cosa è invece aprire il sito del Corriere e averle lì, a portata di mano, con la consapevolezza che a separare la propria curiosità da quelle immagini crude c’è solo un clic. Troppo poco. Eppure una sentenza della Cassazione aveva posto un limite al diritto di cronaca. La pubblicazione di questo genere di scatti va ricompreso nel ‘trattamento illecito di dati personali’ e dunque è passibile di condanna penale. “Il danno morale arrecato -secondo Piazza Cavour- si ripercuote anche su terzi e non soltanto sulla persona immortalata”. A chi giova allora la pubblicazione delle foto del rinvenimento del cadavere di Sarah Scazzi? Le fotografia, in questo caso, è davvero essenziale alla comunicazione del fatto? Sembra che l’unico confine tra il diritto di cronaca e il rispetto della persona, della morale e del comune senso civico sia rappresentato dall’avviso che ci si sta per imbattere nella visione di immagini particolarmente crude e sconsigliate ad un pubblico sensibile. Troppo poco.

 

 

IL SAPERE È UNO SOLO

Scienziati e filosofi, la verità è una. La divisione dei saperi è solo una deriva moderna e letale.

Tempo fa, su queste colonne, Dario Fertilio trattava di un convegno (a Torino e a Ivrea) in cui gli intervenuti si trovavano d'accordo per superare la separazione tra cultura scientifica e cultura-cultura (umanistica, in specie la greco-latina). Sarei d'accordo anch'io: le Due Culture sono immaginarie, la Conoscenza è una, e conoscere, dice Qohélet (1, 18) implica e incrementa il dolore; e il dolore ha bisogno di scienza e di filosofia per essere superato; dunque di un sapere unico.
Gli autori antichi, trattando di cose fisiche in vari De rerum naturae, sarebbero rimasti trasecolati a sentir parlare di Due Culture. Il loro scopo non era la cultura, parola che di vuoto ne contiene parecchio, ma la verità, e la verità è una e indivisibile. Lucrezio fa un poema senza il mito, e il suo poema tutto fisico e astrofisico seduce come una musica, è un monumento di bellezza sonora che fa da lampada nel buio dell'ignoranza — blocco di tenebra in cui nasciamo, viviamo e siamo. Lucrezio riteneva di fare scienza esponendo la dottrina di Epicuro per un fine di salvezza. Ma uno scienziato contemporaneo mi collocherebbe Lucrezio nel guardaroba della «cultura classica», altro fantasma da soffiare via se vogliamo restare veri. In un paio di versi del suo terzo libro (828-29) io leggo una diagnosi del morbo di Alzheimer che si può tradurre così: E mettici (tra i mali mentali) «le crisi di furore proprie del nostro animo e l'oblio di tutte le cose, e aggiunga ancora che ci risucchiano le nere onde del coma (lo stato vegetativo: "lethargi")». Perché ci possa essere una sola cultura bisogna che questa sia inclusiva, autonoma, totalizzante. Se c'è una linea moderna di demarcazione non deve essere accolta come un luogo comune.
Unità sì, ma l'orma è bifronte. C'è una faccia d'ombra. Stesso volto e due facce. Quella in ombra non è innocente: promuove talvolta il crimine, può farsi complice del male. Dalle sue matematizzazioni pure (via Panisperna) è emerso il fungo di Alamogordo, poi quello terrificante di Hiroshima. Poco è mancato che un sommo fisico (Heisenberg) offrisse a Hitler l'arma atomica. La medicina è tantalica, stenta ad afferrare i frutti della salute fisica, ma i piedi li ha tuffati nella morte. Verso il crimine le sue frontiere sono aperte e mobili; la sua totale dipendenza dall'industria del farmaco raduna ombre su ombre. I medici che in Germania prescrivevano la Talidomide, sapevano che cosa si facevano? Un illustre medico e docente, Edoardo Boncinelli, è da poco uscito con questo titolo perentorio: La scienza non ha bisogno di Dio. Non lo contesto, ma come filosofo so che l'uomo ha bisogno di Dio, dalle nascite anteriori alle ulteriori apparenti morti, e che le mura intorno ai nostri passi sono quelle circolari dove si muovono in cerchio i detenuti di Newgate. Le aperture di Darwin sono una meravigliosa e sterminata finestra e hanno accresciuto, ci direbbe Spinoza nel suo linguaggio ingannevolmente matematico, la conoscenza della «res extensa» di Dio. Darwin è un faro per Boncinelli: io mi arrischio a dire che Dio ha bisogno di Darwin, per rivelarsi nell'orca e nell'iguana, o nelle urla della scimmia umana senza principio. Vediamo ancora. Il vecchio statista Ariel Sharon è in coma vegetativo dal 4 gennaio 2006. In Israele i medici, che io sappia, sono liberi di porre un termine a una simile fine-che-non ha fine. A quanto si dice, la famiglia, in mancanza di disposizioni dell'infelice, non autorizzerebbe la Parca a tagliare il filo. La povera Eluana, da noi, rimase in tale stato per poco meno di diciotto anni. I casi non sono pochi, oggi, nel mondo. Se il coma si protrae oltre sei mesi, un anno, giuridicamente, e soprattutto, umanamente, lo status del paziente si tramuta in quello di vittima di un crimine. Se la scienza si fa guidare dalla possibilità tecnologica (dal puro potere tecnico amorale) è bomba di Hiroshima. Cor ultimum moriens: così sentenzia la scienza, ma l'espianto a cuore battente è onnipotenza tecnica che ha volto di crimine. Certo, casi simili non hanno bisogno di Dio, di un referente morale di tipo Ragione Pratica kantiana: ma allora chi c'è che li ispira? Solo un Demiurgo malvagio, nemico della specie umana!
Non va dimenticato che la cultura egemone, la tecno-scientifica, si origina da un immenso tesoro aureo di pensiero assassinato, e da lei divorato come la piccola Cappuccetto Rosso dei Grimm. Il suo fondamento è magico-alchemico e miracolistico, e prima o poi riemergerà dalla pancia del lupo. Se si vuole affrontarlo senza orripilazioni, questo è un bel tema da meditare e discutere — perché procedere da orbi decisi a restare tali è l'alternativa.
Se l'elemento unificatore di queste Due Culture è la memorizzazione informatica di tutto (c'è da sospettarlo) siamo fuori dalla verità, perché scaricare virtualmente è riempire all'infinito discariche reali e incineratori tossici, e dissocia la mente. Segnalo un'ambiguità: è stato un bel punto per la verità la dimostrazione che la Sindone come immagine di Cristo morto è falsa (è molto più vero Mantegna!); nello stesso tempo la verità scoperta ha cancellato, o reso più accanito, il sogno, e senza il sogno la vita va in perdizione. L'elettronica filologica arriva a questo: ci informa di quante volte sono ripetute nella Bibbia le parole Bene e Male. Grazie tante. Mi dice qualcosa sul Bene? Mi dice qualcosa sul Male? Sapere quante volte il verbo «sfàgo» è ripetuto nei Tragici greci, sul tragico nella vicenda umana mi dice qualcosa? Ma se tocchiamo il tesoro intangibile della conoscenza greco-latina ci perdiamo con un piede sulle rotte del sogno, e con l'altro sulle mulattiere senza discesa, di illimitata conquista e riscoperta, della verità speculativa. Un bene autentico è a prezzo di fatica.

 

 

MISURE CAUTELARI: SEQUESTRO PENALE MAI "ESORBITANTE"

Il sequestro preventivo di un immobile si giustifica solo se e'intimamente e strutturalmente correlato alla commissione del reato. Secondo la Cassazione, poiche' anche per le misure cautelari reali opera il principio di proporzionalita' e di adeguatezza, ne discende che l'utilizzazione di un immobile per la commissione di un reato non e' sufficiente per giustificare la sua sottoposizione a sequestro preventivo, occorrendo invece, a tal fine, che sussista tra l'immobile ed il reato una relazione strutturale e necessaria.
(Cassazione penale Sentenza 21/05/2012, n. 19248)

 

 

NELLE CARCERI DEBUTTA LA "MEDIA SICUREZZA"

Un patto con i detenuti. Almeno con quelli a bassa pericolosità sociale e a breve scorcio di pena da scontare. Un patto per l'accesso a un circuito di reclusione aperto che dovrà essere istituito in tutti gli istituti dell'amministrazione penitenziaria. Sono queste le indicazioni che arrivano dal Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria), con la circolare del 29 maggio. In questa direzione va la richiesta ai provveditori di predisporre, Regione per Regione, progetti che identificheranno in tutte le strutture, ma soprattutto nelle case di reclusione, soluzioni caratterizzate da un ampliamento degli spazi che i detenuti potranno utilizzare per frequentare corsi scolastici, di formazione professionale, attività lavorative, ricreative, sportive. Fortemente raccomandata la destinazione totale di un intero istituto o di una sezione a questo regime aperto. Regime che dovrà essere accompagnato anche dalla creazione di istituti a custodia attenuate per le detenute madri e per i tossicodipendenti.
La circolare poi chiarisce meglio il perimetro dei detenuti interessati all'allentamento del regime di reclusione che dovranno siglare un patto con l'amministrazione di acettazione delle condizioni. Se a novembre il Dap, in un'altra circolare, aveva ipotizzato una classificazione dei detenuti in base a codici di vario colore a seconda della pericolosità, ora questa divisione viene abbandonata. Non più colori, ma una valutazione che farà leva sull'elemento della pena residua da scontare, che non dovrà essere comunque superiore a 18 mesi e sulle caratteristiche individuali dell'interessato. Importante così il fatto che i detenuti non siano ristretti per reati che hanno comportato violenza o minaccia alle persone, o per condotte che preludono ad atti di violenza, come la detenzione di armi o per condotte agevolatrici di comportamenti violenti altrui. Non devono poi appartenere ad associazioni per delinquere, oppure a contesti di criminalità mafiosa. Devono avere tenuto una buona condotta all'interno dell'istituto, con assenza di violazioni disciplinari rilevanti, ma anche con la presenza di un atteggiamento aperto e disponibile nei confronti del personale penitenziario e degli altri reclusi. 

 

 

MINISTERO DÀ IL VIA ALL'ASSUNZIONE DI DOCENTI

Arrivano fondi per il merito. Il ministero dell’Università di concerto col ministero dell’economia e finanze, ha inserito Urbino nel Piano straordinario 2012-2013 di reclutamento professori di seconda fascia. Con decreto si dispone l’utilizzo delle risorse stanziate per gli anni 2012 e 2013, il che corrisponde indicativamente a 6,40 punti organico che si vanno ad aggiungere al quadro attuale. Le risorse sono ripartite anche in base ai risultati della didattica e della ricerca raggiunti da ciascun ateneo e alla virtuosità dimostrata nella spesa. Per Urbino, il provvedimento, frutto dell’analisi di bilanci e delle attività svolte nel corso degli ultimi anni, significherà aumentare la qualità dell’ateneo tramite chiamate di vincitori di concorso, trasferimenti oppure tramite nuovi bandi di concorso. L’Università godrà in questo modo di nuove prospettive di crescita e potrà finalmente offrire nuova linfa che si tradurrà in ulteriore qualità dei suoi corsi. «Questo sottolinea con orgoglio il rettore Stefano Pivato a poche settimane dalla statalizzazione dell’ateneo -è un riconoscimento importante che ci darà modo di premiare l’impegno di tanti bravi ricercatori che per anni si sono fatti carico di compiti non riconosciuti e aumenterà la qualità dei corsi-».

 

 

MINACCIARE E DIFFAMARE È UN REATO

Una donna italiana ha dovuto leggere espressioni sconce, guardare immagini vergognose, subire allusioni disgustose. Non è importante che quella donna, oggi, sia presidente della Camera. «Minacce di morte, di stupro, di sodomia, di tortura», ha riassunto Concita De Gregorio, che l'ha intervistata per Repubblica . «Accanto al testo, spesso, ci sono immagini. Fotomontaggi: il suo volto sorridente sul corpo di una donna violentata da un uomo di colore, il suo viso sul corpo di una donna sgozzata, il sangue che riempie un catino a terra. Centinaia di pagine stampate, migliaia di messaggi». Questa non è libertà: è sopraffazione. Impedire queste cose non è censura: è buon senso. Smettiamola di considerare il web come il luogo franco dove tutto è lecito: offendere, minacciare, ricattare, vomitare insulti. Lo abbiamo fatto con gli stadi di calcio, e abbiamo visto com'è finita.
Internet è troppo importante perché una minoranza di predoni, camuffati da libertari, possa rovinarla. Perché questo avverrà, se andiamo avanti così. Qualcuno invocherà leggi speciali: e arriveranno. Le leggi speciali, invece, non servono. Sono sufficienti quelle esistenti. Basta applicarle.
Minacce, diffamazione, ricatti e ingiurie sono reati: dovunque vengano commessi. La mia libertà di espressione si ferma davanti alla vostra libertà di non essere calunniati, offesi, spaventati. Il web non è un mondo parallelo con regole proprie; è invece un fantastico strumento di condivisione e comunicazione. Non il primo, nella storia dell'uomo. Quand'è nata la televisione, nessuno ha detto: «Ehi, non è un giornale, è un mezzo nuovo! Usiamolo per minacciare, diffamare, insultare!». Tutti hanno pensato: è uno strumento molto potente, richiede molta attenzione.È giusto che mezzi riservati solo a poche categorie siano a disposizione di tutti. Anzi: è magnifico, anche se questa trasformazione ha messo in difficoltà il mondo dei media, precipitati nella più grave crisi industriale della propria storia. Fino pochi anni fa, solo giornalisti, autori, conduttori televisivi e radiofonici potevano far conoscere le proprie opinioni al pubblico. Oggi tutti possono dire tutto a tutti, in ogni momento e da ogni luogo. Ma devono ricordare: un grande potere comporta una grande responsabilità. L'offesa, invece, sta diventando consuetudine. Ci sono migliaia di persone per cui scrivere a un personaggio pubblico «Se ti trovo ti uccido!» o «Meriti una pallottola tra gli occhi!» è uno sfogo, protetto da una gioiosa impunità. Frasi del genere erano sgradevoli, se pronunciate tra gli amici al bar. Scritte su Facebook o rilanciate da Twitter possono avere una diffusione esponenziale, e diventano un'altra cosa. Non è più una questione di cattivo gusto; è materia di diritto penale.
Domenica, dopo la sparatoria davanti Palazzo Chigi, Laura Boldrini ha commentato, forse per imperizia: «La crisi trasforma le vittime in carnefici». La crisi c'è, le vittime ci sono; le colpe, anche. Ma non bisogna concedere attenuanti alla violenza. Neppure alla violenza verbale. Altrimenti qualcuno penserà che un'ingiustizia - e quante ce ne sono, purtroppo - possa giustificare qualunque cosa: sconcezze, odio, deliri aggressivi. Questa non è libertà: è un ritorno all'età della pietra. Ma un urlo dalla caverna arrivava a venti metri; un tweet minaccioso parte dal nostro tavolo e fa il giro del mondo. Provi pensare questo, chi ha vomitato assurdità dopo l'attentato al brigadiere Giangrande: se i carabinieri, angosciati per la sorte di un collega, volessero conoscere nomi, cognomi e indirizzi degli autori di certi commenti violenti, lo potrebbero fare senza difficoltà. Firmarsi @odioilmondo non consente di scrivere «Vi devono ammazzare tutti!». Non è solo una frase idiota, disumana e odiosa. È apologia di reato e istigazione a delinquere (art. 414 codice penale). Gli irresponsabili del web, quasi sempre nascosti dietro l'anonimato, sono solo una minoranza chiassosa. Chi ha cuore la libertà della rete - quella vera - intervenga prima che sia tardi. Ricordando agli interessati che scherzano col fuoco. Gli strumenti per conoscerne le loro identità ci sono, come dicevamo; le norme penali anche. Manca, purtroppo, una giustizia lineare, rapida e proporzionata. Le sanzioni italiane, infatti, sono sempre spaventose, lente e improbabili; quando dovrebbero essere ragionevoli, rapide e certe. Ha ragione Arianna Ciccone, organizzatrice del Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia: «Le leggi che valgono nella vita "fisica" sono le stesse che valgono nella vita "virtuale". Il punto è farle applicare, ma anche nella vita reale». L'impotenza giudiziaria italiana - condita di parole, profumata di retorica, coperta dalle solite enunciazioni di principio - ci sta presentando il conto. C'è chi si permette di non pagare un lavoro o una fornitura, e irridere il creditore («Avanti, fammi causa!»); e chi può minacciare, insultare e diffamare, sapendo di farla franca.
Minacciare, insultare o diffamare sul web non è un'attenuante, ripeto. È un'aggravante, invece. Perché il web è potente, geniale, libero, egualitario. Sporcarlo è un una vergogna, non soltanto un errore.

 

 

VENEZIA RESPINTA LA PERIZIA DI DUE AVVOCATI CHE SI AVVALEVA DELLE RICERCHE SUI NESSI TRA SOSTRATO BIOLOGICO E COMPORTAMENTI VIOLENTI
«Pedofilo a causa di un tumore», il giudice dice no.
Primo stop all'uso delle neuroscienze in aula. Il gip: non è un sapere condiviso Macchina della verità L'esame del ricordo autobiografico troppo vicino alla macchina della verità vietata

MILANO? In un'aula giudiziaria avevano debuttato nel 2009 a Trieste, propiziando a un assassino in Appello alcune attenuanti in forza dell'idea che una variante genetica lo potesse predisporre a comportamenti violenti: poi le neuroscienze, cioè le tecniche che puntano a svelare correlazioni tra il sostrato biologico e l'attività mentale di una persona, in Tribunale a Como nel 2011 erano valse a un'assassina una parziale infermità di mente con riduzione di pena da 30 a 20 anni, e infine in Tribunale a Cremona ancora nel 2011 si erano allargate sino a far valutare come prova per condannare un commercialista anche l'«esame del ricordo autobiografico» svolto sul cervello della segretaria che aveva denunciato molestie sessuali. Ma ora in un caso di abusi in un asilo la sentenza della giudice del Tribunale di Venezia, Roberta Marchiori, sembra dare uno stop all'ingresso in tribunale delle neuroscienze. Per il pediatra di un asilo nido di Vicenza, reo confesso di abusi su 6 bambine costatigli ora 5 anni con rito abbreviato, il tema del processo era l'ingresso o meno, come prova, della novità scientifica in base alla quale la difesa prospettava la non imputabilità per incapacità di intendere e volere al momento dei fatti. I consulenti ingaggiati dal difensore Lino Roetta, e cioè i professori Giuseppe Sartori e Pietro Pietrini, sostenevano infatti che il pediatra avesse maturato una sorta di «pedofilia acquisita», e cioè che, accanto ad alcuni deficit cognitivi, il formarsi di una massa tumorale che premeva sul cervello (scoperta dai consulenti con una risonanza magnetica) avesse inciso sulla capacità di intendere e volere, impedendogli il controllo degli impulsi sessuali. Oltre che su risonanza magnetica, colloqui clinici e test neuropsichiatrici, questa tesi si fondava sull'«Implicit Association Test» (Iat), l'«esame del ricordo autobiografico» sviluppato dall'equipe di Tony Greenwal nel 1998 per studiare la forza dei legami associativi tra concetti rappresentati nella memoria, e far emergere l'informazione implicita-inconscia che potrebbe anche non essere accessibile alla coscienza del soggetto.A differenza che nei processi di Trieste, Como e Cremona, però, a Venezia la novità scientifica accreditata dai consulenti della difesa si è scontrata con una agguerrita controperizia dei consulenti del giudice, Ivan Galliani e Fabrizio Rasi, secondo i quali l'asserita correlazione tra alcune patologie organiche e l'orientamento pedofilo «trova fino ad oggi riscontro in un numero assai limitato di casi» indicato dalla difesa: due, uno studio del 2009 su un omosessuale che sarebbe diventato eterosessuale dopo un ictus all'emisfero destro, e uno studio del 2003 su un 40enne che dopo l'insorgere di un tumore aveva preso a molestare la figlia e che aveva smesso dopo la rimozione del tumore. Questa, ritiene pertanto la giudice Marchiori, resta «un'ipotesi (alquanto suggestiva) che può essere proposta in via sperimentale, ma che allo stato non trova conferma nel patrimonio condiviso dalla comunità scientifica di riferimento», parametro di una sentenza di Cassazione del 2010 sull'approccio dei giudici al sapere scientifico.Quanto all'esame del ricordo autobiografico, utilizzato ad esempio sulla vittima (con il suo consenso) dal giudice Guido Salvini a Cremona nella sentenza-battistrada del 19 luglio 2011, per la giudice Marchiori «i risultati non possono ritenersi pienamente affidabili» in quanto è «una metodologia di carattere sperimentale i cui risultati non possono essere ritenuti indiscussi», soprattutto perché «non si può escludere che il ricordo, specie se riferito a situazioni complesse e protrattesi nel tempo, possa essere frutto di suggestioni o autoconvincimenti». Inoltre pesano i «dubbi sull'utilizzabilità» di questo esame che «secondo alcuni non è altro che una macchina della verità», ovvero uno strumento non ammesso dall'ordinamento italiano che «vieta l'utilizzo di metodi o tecniche idonei ad alterare il ricordo e a influire sulla libertà di autodeterminazione».

 

 

LA SCOPERTA SU "NATURE"
Quella «data di scadenza» scritta nel nostro cervello.

Il fattore che regola l'invecchiamento: se viene inibita una molecola secreta dall'ipotalamo si ritarda la degenerazione. I diversi tessuti del nostro corpo invecchiano a ritmi diversi, ma i neuroscienziati si sono chiesti da tempo se non vi sia un controllore centrale dell'invecchiamento, cioè un centro cerebrale e magari una specifica molecola prodotta da questo che invia un messaggio, con progressiva intensità, ai diversi tessuti. Un'equipe di neurofarmacologi e fisiologi dell'invecchiamento dell'Istituto Albert Einstein di New York, diretta da Dongsheng Cai, conferma, sull'ultimo numero della rivista Nature, che è proprio così, almeno nel topo.
Un giudice indipendente e autorevole, il neurobiologo molecolare David Sinclair della Harvard Medical School, ha dichiarato che questo risultato costituisce «uno sfondamento notevole nella ricerca sull'invecchiamento». In sostanza, il dottor Cai e i suoi otto collaboratori hanno puntigliosamente seguito nel tempo le tracce di una molecola, chiamata NF-kB, secreta dall'ipotalamo, che controlla l'attività del Dna ed è coinvolta nei processi infiammatori e nelle reazioni allo stress. Lungo la vita del topo e del suo cervello, questi studiosi hanno rivelato una crescente presenza di questa molecola. Cai e collaboratori concludono che l'invecchiamento detto sistematico, cioè esteso a molti tessuti diversi, viene veramente pilotato da un tessuto cerebrale particolare, cioè, appunto, l'ipotalamo.
Osservando lungo molti mesi lo stato generale di salute e le capacità cognitive di topi normali e di topi ai quali era stata iniettata una molecola che inibisce l'azione del fattore NF-kB si è osservata una notevole differenza. Inibendo l'azione di questo fattore si ritarda l'invecchiamento. Un ulteriore giudice autorevole e spassionato, il neuropatologo Richard Miller dell'Università del Michigan ad Ann Arbor, conferma che questi dati rendono molto plausibile la conclusione che l'intero processo di invecchiamento viene decelerato, quando si inibisce l'azione di questo fattore. I fattori molecolari, di norma, agiscono a catena, quindi, anche inibendo un enzima chiamato IKK-beta, che agisce, per così dire, a monte di NF-kB e lo attiva, si rallenta l'invecchiamento. Sopprimendo l'attività di questo enzima, la vita media dei topi trattati si allunga del 23 per cento e la massima durata della vita aumenta del 20 per cento. Un risultato che, certo, ci fa gola, se si pensa che tali trattamenti potranno essere estesi agli esseri umani. Ma questo resta per ora del tutto ipotetico. Nella catena di attivazioni e inibizioni molecolari entra un ben noto ormone, chiamato GnRH (ormone di rilascio della gonadotropina), un fattore che promuove la crescita delle reti neuronali e delle gonadi. Lo NF-kB, molecola d'un tratto divenuta infame, compete con questo ormone, producendo quindi almeno i due fenomeni più smaccati dell'invecchiamento, degrado dell'intelletto e della sessualità.
Ma, mi si consenta di insistere, tutto questo per ora riguarda solo il topo. Sarebbe insensato non tentare un allargamento di queste ricerche e il possibile sviluppo di farmaci capaci di rallentare l'invecchiamento, forse prolungare la vita e alleviare i disturbi dell'età come infiammazioni, artrite, diabete e Alzheimer. Grande quanto un fagiolo, situato alla base del cervello, l'ipotalamo era già noto come controllore del sistema simpatico, della temperatura corporea, della fame, della sete, del sonno, della fatica e perfino dell'attaccamento alla prole. Integrando tra loro le attività neuronali e le risposte immunitarie, adesso si scopre che regola anche l'invecchiamento. Due bersagli farmacologici possono rallentare questa azione. Hanno sigle esotiche: IKK-beta e NF-kB. Bloccandoli, si rallenta la vecchiaia. I dati adesso pubblicati dicono chiaramente che possibili futuri farmaci potranno solo agire dopo la maturità. I giovani sono invitati ad astenersi.

 

 

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